Ad esempio la Gengivite – l’Alimentazione non c’entra mai nulla… Bah!

E’ strana questa cosa, ci formiamo attraverso quello che mangiamo (non solo ma soprattutto), siamo quello che mangiamo, i tessuti, le cellule del nostro corpo, sono alimentati dal sangue e il sangue è composto da quello di cui ci nutriamo però, questa alimentazione, non viene mai presa in considerazione. Hai un tumore? Sarà perché fumi. Se non fumi e’ sfiga. Hai una gastrite? Troppa rabbia. Hai le emorroidi? Stai troppo tempo seduto. Hai un eczema sulla pelle? E’ sicuramente ereditario.

Scusate ma questo è intollerabile a mio avviso.

In ultimo, tempo fa, ad una mia amica è venuta una Gengivite. Ahi che male! Sapevo bene cosa avrebbe dovuto fare ma non sapevo quanti giorni le potesse durare quel dolore (come me, non è una che sopporta volentieri il male). Così, vado alla ricerca di qualche sito interessante che mi pronosticasse, all’incirca, per quanto tempo ancora avrebbe dovuto “soffrire”… povera tapina!

Non fatelo se non siete all’altezza del comprendere quello che andrete a leggere; su internet purtroppo ci sono scritte tante cose interessanti e utili ma anche tante sciocchezze errate e che spaventano inutilmente.

Detto questo, m’imbatto in una specie di forum dove le domande inerenti alla Gengivite fioccavano in gran quantità con tanto di risposte da parte di medici sia generici che dentisti. Ebbene, lo devo dire, mi devo sfogare… leggere che… “l’alimentazione non c’entra un fico secco” mi ha fatto arrabbiare. Proprio queste erano le parole.

Allora, facciamo ordine senza inalberarci. Punto primo: che cos’è la Gengivite? (Ora vi trascriverò quello che si legge su Wikipedia tanto ho visto che sono le stesse frasi in diversi siti e le reputo anche abbastanza esatte pur non essendo un medico)

Per Gengivite si intende un’infiammazione dei tessuti gengivali caratterizzata da gonfiore, arrossamento, calore e sanguinamento conseguenti all’accumulo di placca. La malattia è reversibile dopo rimozione delle cause responsabili. Tutte le specie batteriche che compongono la placca, depositandosi sulle superfici dure del dente, possono causare la patologia. Quindi tutte le cause che possono favorire l’accumulo della placca sono cofattori associati alla gengivite. Possono essere:

  • anomalie morfologiche o strutturali dei denti, come le perle di smalto
  • fratture radicolari
  • ricostruzioni dentali incongrue. 

Perdonatemi ma… la placca, primo motivo, non è però l’unico. La mia amica si lava i denti regolarmente (senza esagerare), usa il filo interdentale, sciacqua la sua bocca con un colluttorio preparato da lei con sostanze naturali ed effettua la pulizia dentale, con detartrasi, dal dentista, una o due volte all’anno. (Come mai c’è gente che dice che se mangia gran quantitativi di salame, ad esempio, gli si infiammano le gengive?). Guarda caso, la mia amica, ha confessato che nei giorni di Pasqua, e in quelli antecedenti alle feste, aveva pasticciato parecchio col cibo lasciandosi tentare da parecchie golosità. In qualsiasi caso di infiammazione, il sangue forse non c’entra? Il sangue che passa in quella zona infiammata è un sangue pulito e ricco di sostanze nutritive? Ma andiamo avanti.

Anche alcuni ormoni possono favorire e soprattutto esacerbare la gengivite: prove scientifiche hanno dimostrato l’importanza dei livelli dei cosiddetti ormoni sessuali: androgeni, estrogeni, progesterone.

Bene, cosa forma i nostri ormoni?………L’aria… sicuramente è l’aria a nutrirli mica il cibo!

La malnutrizione continua ad essere causa di gengiviti nei paesi in via di sviluppo: in particolar modo la carenza di vitamina C che porta allo scorbuto, ma anche di vitamina A, B2 e B12, favoriscono la gengivite. Vari farmaci, appartenenti ai gruppi degli anticonvulsivanti, immunosoppressori, antipertensivi possono causare modificazioni gengivali caratterizzate da un ispessimento abnorme (iperplasia).  

Naturalmente, anche le vitamine stanno nell’aria… Se volete assumere vitamine respirate a bocca aperta! Tsè! Che idiozie.

L’accumulo di placca lungo il margine gengivale scatena una reazione infiammatoria dei tessuti molli. I batteri responsabili sono perlopiù cocchi e bastoncelli Gram positivi anaerobi facoltativi (streptococchi e actinomiceti). Il tartaro non sembra svolgere un’azione diretta contro la gengiva, ma favorendo l’adesione e l’accumulo batterico generalmente aggrava il quadro clinico. Il deposito di batteri sulle superfici dentali è da solo responsabile dell’infiammazione. Già dopo le prime 24 ore l’epitelio orale è stimolato dai microbi a produrre mediatori proinfiammatori: aumenta la pressione sanguigna locale e la permeabilità vasale, si forma un essudato con le cellule di difesa polimorfonucleate che raggiungono la sede dell’infiammazione e si accumulano nella regione del solco gengivale. I primi segni clinici si riscontrano dopo circa 7 giorni, quando oltre ai polimorfonucleati la zona è raggiunta anche dai globuli bianchi, ed inizia la degenerazione dei fibroblasti (probabilmente per morte cellulare) che sono responsabili della compattezza del tessuto gengivale. Il gonfiore aumenta gradualmente, fino a quando non viene rimosso lo stimolo. Superato un tempo limite, variabile in funzione del sistema immunitario dell’individuo e dell’aggressività delle specie batteriche coinvolte, la gengivite reversibile sfocia in parodontite irreversibile, in quanto l’infiammazione non è più contenuta nella gengiva bensì coinvolge tutti i tessuti parodontali. Le gengiviti da farmaci determinano l’ispessimento gengivale anche in una dentizione relativamente priva di placca; comportano comunque difficoltà al mantenimento dell’igiene orale, e la presenza di placca concomitante determina un peggioramento del quadro clinico.

 

Oh! Molto bene, mi sembra stia entrando in gioco l’apparato immunitario. E cosa rinforza il nostro apparato immunitario? Tanto cose, lo so. Evitare lo stress ad esempio, evitare di sottoporre il nostro fisico a sbalzi termici troppo repentini, etc, etc… ma forse, e dico forse, non è che questo apparato immunitario, in grado di combattere e tenere a bada i batteri, lo si rinforza anche con un’alimentazione sana e adatta? No eh?

E il medico che ha stabilito, come molti altri, che “l’alimentazione non c’entra un fico secco”, mi sta forse dicendo, indirettamente, che se ho una Gengivite posso quindi tranquillamente bere bevande gassate e colorate o mangiare insaccati tanto… l’alimentazione non ha nulla a che vedere con le mie gengive? Se l’apparato immunitario della mia amica fosse stato forte e in vigore, sarebbero riusciti i batteri a svolgere e a portare a buon fine il loro lavoro? Ora, non voglio fare dell’assolutismo. Capita anche dopo un’accurata pulizia dei denti di rimanere vittime di una Gengivite, a causa di gengive sensibili probabilmente, ma escludere così spesso l’alimentazione da ogni ambito mi pare eccessivo dall’altra parte.

Per fortuna non tutti i medici sono così, ma ho voluto approfittare di questa occasione per parlare di quanto, anche in medicina purtroppo, l’alimentazione sia sottovalutata. Non sottovalutatela anche voi. Usatela come il migliore dei medicinali per guarire e anche come prevenzione.

E’ importantissima.

E poi, a chi interessa, aggiungo che la Gengivite, in psicosomatica, intende suggerire che si ha difficoltà nel prendere delle decisioni. La paura blocca le scelte e, anziché buttarsi in nuove vie, si rimane fermi per timore. Questa cosa, inconsciamente, fa anche arrabbiare (infiammazione = rabbia) e sfocia nelle gengive. Perciò, se soffrite di questo problema, provate a rasserenarvi e a scegliere senza paura le strade da percorrere.

Prosit!

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Non alimentare le Energie Negative!

Credimi, non sono cinica, non sono menefreghista. Non avrei aperto un blog come questo con l’intento di aiutare le persone a vivere un po’ meglio, osservando anche altri punti di vista, se fossi una che se ne frega del dolore degli altri (cazzarola). Perciò, il mio appello di oggi, non prenderlo per impassibilità, o per indifferenza. Non ti chiedo di essere d’accordo con me, ti chiedo solo di riflettere.

Ti ho detto, più e più volte, che tutti noi emaniamo un’energia. Quest’energia viene emessa attraverso delle frequenze invisibili che vanno a collegarsi a frequenze simili a loro, attratte da loro, e ritornano a noi attraverso una specie di porta aperta, connessa con l’energia universale che ci circonda. Questi argomenti non li ho inventati io, li spiega la fisica, lo diceva Einstein e molti altri assieme a lui. Scienziati (perbacco!), gente che queste cose le ha dimostrate, puoi vederlo tu stesso attraverso internet. Informati!

Tutto è energia e questo è tutto quello che esiste. “Sintonizzati” alla frequenza della realtà che desideri e non potrai fare a meno di ottenere quella realtà. Questa non è filosofia, è fisica – (Albert Einstein).

Cosa accade quindi in parole molto povere? Accade che se noi emaniamo una “brutta” energia attraverso: la sofferenza, la rabbia, il fastidio, la paura e altre emozioni negative, stiamo arricchendo l’energia cosmica di queste sensazioni. Stiamo riempiendo, quello che chiamiamo “vuoto”, attorno a noi, di sofferenza, di rabbia, di fastidio, di paura e di altre emozioni negative. Esse, come dicevo prima, andranno a collegarsi con le stesse frequenze e torneranno indietro.

Non hanno il mirino. Fluttuano nell’aria. Colpiranno poi di nuovo te, ma anche me, e anche l’altro e così via. Così come quelle di quell’altro verranno a colpire me e colpiranno anche te. Una ragnatela.

La stessa cosa ovviamente accade con le frequenze positive. Tanta manna! Questo è importante. Possiamo costruire una ragnatela di frequenze positive. Si! 

Detto questo, immagina ora cosa succede quando sentiamo parlare della guerra, quando accade un fatto tragico nel mondo, inspiegabile e orrendo per noi. Quando ci vanno di mezzo bambini e vittime innocenti. Quando l’uomo mostra il suo lato più disgustoso, o la natura, apparendo senza pietà, distrugge mille vite. Ci rattristiamo, ci arrabbiamo. E’ ovvio, non possiamo farne a meno. E sentiamo di dover dimostrare la nostra tristezza e la nostra rabbia.

Se non facessimo così passeremmo per cinici. Addirittura potremmo sentirci complici dei barbari evitando di provare lo stesso dolore che quelle persone come noi, nostri fratelli, hanno provato. Ci sentiamo connessi empaticamente. Se non facessimo così, la nostra coscienza la sentiremmo sporca. E quindi?

E quindi alimentiamo ulteriormente l’energia negativa che regna sovrana su quel fattaccio. Ce ne prendiamo un pezzo anche noi, e l’ampliamo, cosicché mitighiamo un po’, forse, la sofferenza altrui senza renderci conto però che, così facendo, colmiamo nel mentre l’energia attorno di tutte queste emozioni negative che colpiranno… te, me e anche l’altro. E’ sempre una ragnatela.

E come si manifestano poi queste energie negative colpendoci a loro volta? Come prendono forma? E’ semplice: altre guerre, altre barbarie, altri devastanti regali da Madre Natura. Tutte situazioni scientificamente ovvie, quelle naturali intendo, e che devono accadere come sono sempre accadute negli anni e nei secoli passati. La terra trasmuta, si riforma, è viva, ha i suoi movimenti e poco gli importa di noi, lei fa pulizia. Ma questa terra è anche viva. Facciamo parte di lei. La sua energia è collegata alla nostra come la nostra a quella di lei. Come l’allattamento a un figlio, nel quale c’è uno scambio di latte e amore. E come la nutriamo noi Madre Terra emanando emozioni negative a dismisura? Le facciamo male. La nutriamo nel modo più sbagliato che c’è.

Il fuoco non si spegne con il fuoco. Occorre l’esatto opposto: l’acqua. Punto. Su questo siamo tutti d’accordo. Cosa può combattere e distruggere la sofferenza quindi? Il suo opposto: un sorriso. La gioia.

Sembra assurdo lo so. Muoiono cento vite innocenti e noi sorridiamo. E’ come bestemmiare. In realtà è una soluzione incredibilmente potente. Sorridere non significa denigrare il fatto, fregarsene, godere della morte altrui. Significa soltanto trasmutare quell’energia negativa in positiva affinché le cose migliorino. Trasformare in silenzio, e nel totale rispetto, la tristezza e la rabbia in… Amore.

Trasformandole in amore si avrà amore. Alimentando le altre si avranno le altre. Per l’Universo è molto semplice.

Davanti alla notizia di una guerra prova a scendere nei tuoi silenzi e prova, in modo alchemico, a modificare quella sensazione da negativa a positiva. Esiste un potere infinito dentro di noi e non vogliamo metterci in testa che siamo co-creatori della realtà. Lasciamo la disperazione e l’angoscia a chi è stato toccato da vicino. Noi, tutti intorno, più forti, meno colpiti dall’evento, proviamo a creare una fantastica luce di benessere. Per alleviare i cuori e per bloccare altri fatti tragici.

Ricordi il terremoto di quest’anno? Ricordi Amatrice? Le parole del Sindaco Sergio Pirozzi? – Non so se abbiamo fatto qualcosa di male, me lo chiedo da ieri, un metro e mezzo-due metri di neve e ora pure il terremoto. Che devo dire? Non ho parole. Da settanta anni non nevicava così. Proviamo a rialzarci, tanti sacrifici, poi la scossa del 30 ottobre, poi la più grande nevicata dagli anni 50, le temperature più basse degli ultimi 25 anni. Tutto insieme -.

Esatto. Tutto insieme. Senza sosta.

L’Italia era spaventata dopo gli altri terremoti degli ultimi anni, era afflitta, sofferente e, guarda caso, senza sosta, un accanimento micidiale. E naturalmente mica si poteva gioire a vedere quelle persone senza più niente, senza nemmeno più speranza. No, gioire no, ma potevamo forse donare della sana energia senza ampliare quella infelice. Tristezza sui social da tutto lo Stivale ma soprattutto….. Paura!

Si leggeva soltanto “E se adesso viene anche da noi il terremoto? E se adesso viene anche da noi il terremoto? E se adesso viene anche da noi il terremoto?”

E se quando si dice che creiamo la nostra realtà ci si credesse un po’ di più?

Chiedi e ti sarà dato – …diceva qualcuno molto tempo fa…

Ma io non chiedo un terremoto! – dirà qualcun altro.

Si che lo stai chiedendo. Lo stai immaginando. Lo stai creando. Tu, così come altre mille persone assieme a te. Vuoi mettere la forza che prende un tale pensiero? La potenza che può avere? E’ sotto ai tuoi occhi. Osserva.

Il termine “accanimento” dovrebbe farti ragionare. Attacchi terroristici, piaghe, disgrazie… quando tutto sembra non fermarsi, non avere fine… Rifletti.

Mi verrebbe da dire una frase banale – Tanto non è che pensando in negativo risolvi la situazione… – e non la dico, mi sembra sciocca e fuori luogo. Citerò solo la sua seconda parte – …e allora pensa positivo, mal che vada hai creato dentro di te e in chi ti sta attorno… un po’ di gioia. Che ce n’è sempre bisogno, ed è la cura migliore per ogni male -.

Ogni volta che senti una brutta notizia, modificala dentro di te. Non ingigantirla, non darle potenza. Rendila in qualche modo positiva, riempila di gioia anche davanti alla morte, anche davanti alla violenza. Solo così, a mio umile avviso, puoi fare qualcosa di davvero utile. Hai la magia dentro di te per farlo, tutti ce l’abbiamo. E se vuoi fare ancora di più, datti da fare. Vai da quelle persone, chiedi se hanno bisogno di te, offri anche solo una carezza, ma con l’amore dentro. Senza rancore, senza disperazione, solo amore.

Prosit!

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A modo mio: Interpretazione di “Porgi l’altra guancia”

Dal vangelo secondo Meg 3° – niente di religioso ma di molto curioso

Avete inteso che fu detto: occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio, anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra – (Gesù)

L’avrò, ai tempi, capita male io questa citazione ma ricordo ancora oggi la suora arrivare trafelata e dividere i due che si scazzottavano paonazzi in viso e con i capelli sudaticci.

Ehi! – urlava – Che modi sono?! Datevi la mano e fate subito la pace! – dopodiché, si prodigava nella spiegazione del perdono, della non reazione, del giudizio di Gesù al vedere certi comportamenti dall’alto dei cieli e, tutti quanti, dovevamo prestare la massima attenzione. L’oratorio diventava silenzioso e, sovente, interveniva anche la Madre Superiora.

Ricordo la fatidica domanda alla quale nessuno dei due accusati voleva rispondere – Chi ha iniziato per primo?! – e i colpevoli in coro – Lui! Lui! E’ stato lui! – poi, alla fine, si riusciva ad arrivare a un dunque chiamando i testimoni, quelli che erano in cima allo scivolo e, da lì, avevano sicuramente visto tutto, o interveniva, senza appello, la più pettegola smaniosa di difendere il fidanzatino. Che donna! Che impeto!

Insomma che, se “Matteo” era stato il primo a spintonare “Simone”, ecco che “Simone”, anziché rispondere con un bel calcio negli stinchi, avrebbe dovuto…….. porgere l’altra guancia……..

In che senso? Facendosi dare una sberla anche dalla parte sinistra?

Mi è capitato di sentire, gli anni dopo, durante il catechismo, anche questo.

Gesù mica si è ribellato mai ai suoi aguzzini in fondo ma, solitamente, la risposta veniva data attraverso la definizione del perdono. Che è giusta, è quella ovvia, ma si fermava lì, non veniva ampliata e, da bambini, si rimaneva con l’eterno cruccio del: “ma porca miseria, ma ti pare che io ricevo una sberla e oltre che stare zitto e fermo devo anche perdonare e magari suggerire al mio aggressore – Prego, prego, se ti fa piacere, guarda che di guance ne ho due! –“.

Vero è che, davanti ad un marasma di bambini, che possono arrivare fino ad un certo punto della comprensione, non si può certo eccedere ma, queste cose, non vengono spiegate neanche successivamente. Ho frequentato le superiori dalle suore e, forse, a diciassette anni, potevo anche capire qualcosa di tutto ciò ma ormai, i giorni dell’oratorio, erano finiti nel dimenticatoio. Non tanto per me, ma per chi, anni prima, mi aveva conferito certi insegnamenti. Il risultato è che nessuno oggi sopporta questa frase del Vangelo. Ho chiesto un pò in giro e pare esserci incomprensione. Troppo buonismo, troppa passività, non siamo mica dei lombrichi con tutto rispetto per gli anellidi.

Negli ultimi anni, sono stati fortunatamente dati altri significati alla parola di Dio, che vanno oltre la dottrina cristiana e, in questo caso specifico, Padre Alex Zanotelli, spiega a livello storico cosa significa “porgere l’altra guancia”:

“Uno schiavo, ai tempi di Gesù, veniva colpito in volto dal suo padrone con il dorso della mano, perché quest’ultimo non avesse a sporcarsi le mani. La guancia colpita era dunque la guancia destra, tranne nel caso in cui il padrone non fosse stato mancino. “Porgere l’altra guancia”, cioè la sinistra, a quel tempo significava costringere il padrone a colpire con il palmo della mano e, quindi, a “sporcarsi” le mani, cosa che un padrone non avrebbe mai fatto. Quindi il voltare il viso dall’altra parte per porgere la guancia opposta era un modo per impedire al padrone di colpire ancora, era un modo per interrompere il sistema, per costringere il potente a fermarsi”. (controvoci.com – per un mondo più giusto)

Ma ci sono versioni ancora diverse e, se vogliamo, più alchemiche.

“Quando Gesù suggerisce allora di porgere l’altra guancia, non sta minimamente pensando a indicare una condotta di passività, tutto l’opposto: sta invitando a sperimentarsi coraggiosamente in gesti e comportamenti che sono agli antipodi di ciò che faremmo spontaneamente (leggi: meccanicamente). A uscire dalla cosiddetta – zona di comfort -. Il porgere l’altra guancia può essere tradotto da ognuno di noi, sulla base del proprio carattere, in indicazioni equivalenti, volte a scardinare la scissione interiore tra ciò che attualmente accettiamo e ciò che attualmente rifiutiamo di noi stessi”. (visionealchemica.com – porgi l’altra guancia)

Attenzione però, prima di continuare a leggere, ricordare che: perdonare non significa condonare.

Ora, veniamo a noi. Prendiamo la frase per quella che è letteralmente, anche se è in realtà la metafora di eventuali mille azioni. Accade che una persona ti da uno schiaffo. Fermati. Rimani lì, su questo primo virtuale gradino.

Tralasciamo un attimo il mio personale pensiero dal momento che io sono una “hippie peace&love” e sono convinta che con il fuoco non si spegne il fuoco, perciò saltiamo direttamente allo scalino n°3 e andiamo avanti.

Comunque fermati. L’azione svolta da quella persona che ti ha aggredito è simboleggiata dalla violenza ma uno schiaffo può essere tirato per vari motivi: passione, rabbia, insegnamento, delusione… è comunque un’azione aggressiva (nonché figlia della paura madre di tutte le emozioni negative).

Tutto è energia e questo è tutto quello che esiste. Sintonizzati alla frequenza della realtà che desideri e non potrai fare a meno di ottenere quella realtà. Non c’è altra via. Questa non è filosofia, questa è fisica – (Albert Einstein)

Fermati. Reagisci, fai quello che vuoi ma rifletti. La violenza, alias, la paura. Quell’azione esterna è uno specchio e ti ha appena mostrato ciò che altrimenti tu non potresti vedere perché è… dentro di te. E non puoi guardare dentro di te così a fondo. Dentro di te quindi, risiede la violenza e quindi la paura. Si, si, anche se non faresti male ad una mosca, questo è un altro discorso.

Potrebbe infastidirti questo discorso ma purtroppo, finchè ne sarai infastidito, non potrai migliorarti. Il mio consiglio personale è quello di basarti sull’umiltà che non significa, ripeto, avere un comportamento passivo, o vittimista, semplicemente provare a comprendere perché è accaduto a te quel fatto. Non soffermarti a odiare o a reagire di conseguenza o a vendicarti o offenderti.

Quando odiamo qualcuno, odiamo nella sua immagine qualcosa che è dentro di noi – (Hermann Hesse)

Pensa a cosa ti sta mostrando quella persona. Quale demone vive dentro di te e tu non conosci. Quella persona è in realtà un Maestro. Ti ha provocato un’emozione, ossia ti ha dato in mano lo strumento per lavorare su un qualcosa di negativo che hai dentro e cercare di eliminarlo per stare sempre meglio, per crescere, per elevarti. Per liberarti. Per guardare dentro te stesso. Sembra fantascienza ma, in realtà, dovresti ringraziarla. (Tra te e te, sia chiaro, evitiamo di osannare i violenti).

Non giudicate per non essere giudicati, perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati – (Gesù)

Addirittura ringraziarla… ecco il perché del porgere l’altra guancia con la speranza che possa mostrarti altre cose di te. Lavorando su di te butterai fuori questa spazzatura che non dovrebbe appartenerti e, automaticamente, anziché ricevere sberle riceverai fiori. La realtà si modificherà come tu modifichi te stesso. Per questo non serve reagire allo stesso modo. Per questo non serve nemmeno subire un’ingiustizia. Non bisogna essere passivi, ma non è con altrettanta violenza che si cambia la situazione. Trasmutare nel proprio essere, questa è la soluzione. Trasformare il piombo in oro.

Chi guarda in uno specchio d’acqua, inizialmente vede la propria immagine. Chi guarda se stesso, rischia di incontrare se stesso. Lo specchio non lusinga, mostra diligentemente ciò che riflette, cioè quella faccia che non mostriamo mai al mondo perché la nascondiamo dietro il personaggio, la maschera dell’attore. Questa è la prima prova di coraggio nel percorso interiore. Una prova che basta a spaventare la maggior parte delle persone, perché l’incontro con se stessi, appartiene a quelle cose spiacevoli che si evitano fino a quando si può proiettare il negativo sull’ambiente – (Carl Gustav Jung)

Far ricchezza di ciò che si riceve. Sempre. Anche nella situazioni ritenute drammatiche o tragiche. Che cosa è accaduto? Perché questa cosa ci fa soffrire? Dove sta facendo leva? Perché è capitata proprio a me?

Fermati. E prova a riflettere.

Ciò che è fuori è anche dentro; e ciò che non è dentro non è da nessuna parte – (Tiziano Terzani)

Prosit!

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Verruche – E’ spuntata la Vergogna

Chi ha le Verruche alzi la mano. Tranquilli che vediamo se riusciamo a farle andare via.

Sono virus. Si è vero.

Sono antiestetiche. Si è vero.

Sono pure contagiose. Si è vero.

Ce ne sono di diverse tipologie. Si, è vero anche questo.

Ma c’è forse da sapere qualcos’altro su queste eruzioni cutanee che colpiscono diversi individui rovinandogli la vita e soprattutto il rapporto con gli altri.

Oggi, i mezzi per eliminarle, o cercare di eliminarle, sono diversi. La medicina ha compiuto, anche in campo dermatologico, passi da gigante ma purtroppo, molto spesso, esse si ripresentano o nello stesso posto o in altre zone del corpo.

La persona diventa così nominata “nursery di Papilloma virus”, eh… c’è l’ha in corpo e, purtroppo, non c’è niente da fare. E’ nato così. Ce l’aveva anche la mamma…

Uff… Si, si, tutte cose già dette, ho parlato spesso dell’ereditarietà e abbiamo capito che non è tutto. E dal momento che il nostro corpo, di suo, macchina meravigliosa, ben difficilmente nasce e si forma con l’intenzione prima o poi di farci soffrire (o peggio) salvo occasioni particolari che meriterebbero un post a parte, vediamo di guardare oltre la sfiga e la culla del – Eh… ma tanto tutta la famiglia ne soffre… quindi… – e osserviamo unicamente noi ampliando il nostro modo di pensare. Manco dovessimo espiare chissà quali colpe come se quelle dei nostri predecessori non fossero bastate.

Alcune filosofie intendono infatti che chi ha le Verruche è in realtà una persona che si vergogna di qualcosa. In particolar modo, si vergogna del suo corpo o di una parte di esso, oppure si vergogna di un’altra persona a lei molto vicina. Vi è mai capitato di vergognarvi di vostra madre un pò troppo… pomposa? O di vostro padre che mostra un grande difetto fisico? I messaggi sono molteplici e hanno a che vedere con la bellezza/estetica. Persino chi sa di essere troppo bello, e di conseguenza troppo appariscente, cosa che in questo caso non sopporta, potrebbe così alimentare la nascita di Verruche sul suo corpo.

Ti ho vista vergognarti di tua madre fare a pezzi il tuo cognome sempre senza disturbare che non si sa mai – (Ligabue)

Le persone che hanno una bassa considerazione del proprio fisico sono tantissime e non a tutte si formano Verruche ma, per alcuni è così, soprattutto quando di mezzo c’è appunto: la vergogna.

Più che il dispiacere, più che il fastidio, più che la rabbia, più che la poca ammirazione.

Claudia Rainville, nel suo libro “Metamedicina – Ogni sintomo è un messaggio” racconta addirittura di una ragazzina mancina alla quale è stato imposto di scrivere con la destra. Sentendosi goffa, e vergognandosi della sua nuova scrittura e della sua impostazione, si ritrovò presto con la mano piena di Verruche.

Ma le cose che possono far vergognare non sono solo derivanti dalla bellezza fisica o dalla mancanza di essa. Avere le mani sempre molto sudate, o i piedi che emanano un cattivo odore, oppure la forfora (fate attenzione all’alimentazione!) possono far vergognare nell’interagire con gli altri collegandosi sempre al fascino. Anziché amarsi per come si è ci si detesta, si prova imbarazzo per il proprio corpo, perché la società ci ha insegnato questo e, anziché migliorare la propria situazione, semplicemente con l’amore e l’accettazione, ecco che la si peggiora con la comparsa di detestate Verruche che, come se non bastasse, minano in primis il rapporto con noi stessi e ci piacciamo sempre meno.

La Verruca è prominente, vuole farsi vedere, esce in fuori rialzata, ed è ricoperta da pelle coriacea, per niente tenera, come a dire – Sto qui e non mi levo finchè non capisci che devi apprezzarti di più. Mi sollevo verso l’alto almeno mi vedi meglio – e, apparendo in determinate zone del corpo, può essere anche dolorosa come quella plantare che schiacciamo ad ogni passo con il nostro peso. Al contrario dei calli, sono irrorate dal sangue perché sono vive e vivranno finchè non deciderete di cambiare opinione su voi stessi. In positivo, è chiaro.

Ricordo una bambina alle elementari. Non era nella mia classe ma la conoscevo bene. Era arrivata da poco nel mio paese, era nuova nella scuola. Aveva una Verruca su una mano e nessuno, quando i maestri dicevano di mettersi in fila da bravi, voleva stringere la sua mano. Lei proponeva di cambiare fianco e porgere l’altra ma i compagni non si fidavano e così si ritrovava sempre prima della fila, da sola, a dare la mano alla maestra. Niente da dire, un momento veramente imbarazzante che lei viveva con angoscia. Fu così che dopo circa tre mesi, gli venne un’altra Verruca e, disperata, venne messa da parte da tutta la classe. Ovviamente era sfigata ad avere nel sangue tale virus e non si andava oltre la comprensione. Nessuno voleva toccare i giochi o i pennarelli che toccava lei, neppure il pallone, nel cortile, al pomeriggio. A mensa, cercare qualcuno che mangiasse al suo stesso tavolo era un’impresa. Anch’io avevo paura delle sue Verruche, non sto certo qui a fare l’impavida eroina, ma di lasciarla a se stessa mi si spezzava il cuore e così, ogni tanto, passavo i minuti dell’intervallo a pettinarle i capelli. Le mani erano ben lontane da me ma lei no e si sentiva comunque apprezzata. Oggi è una donna. Una bellissima donna. Ha tagliato i suoi capelli biondi e li ha corti e ricci ma è ancora mia amica e le invidio il meraviglioso sorriso.

Ha un carattere forte adesso. Nessuno le fa del male. Il suo motto è “la miglior difesa è l’attacco” e non si lascia mettere i piedi in testa da nessuno. A volte esagera persino e, ridendo, glielo dico. Lei socchiude gli occhi e mi da ragione ma, per vincere la “battaglia” tra noi, mi risponde che io invece sono troppo “buona/ingenua”. Siamo completamente diverse ma stiamo bene assieme. E, se v’interessa, non ha nemmeno più una Verruca sul suo corpo, da nessuna parte, anzi, possiede una pelle bellissima.

Il principale compito nella vita di ognuno di noi è dare luce a se stesso – ( Erich Fromm)

Perciò, cosa si dovrebbe fare per cercare di eliminare una volta per tutte la proliferazione di Verruche dal proprio corpo? Amarsi. Ok. Ma così sembra facile.

Hai un difetto? Fai di tutto per migliorarlo certo, ma accettalo, amalo, fa parte di te. E’ tuo. Sei tu. Non risolverai nulla odiandolo. Pensa se potesse parlare e spiegarti che lui non ha nessuna colpa ad essere lì. Cosa gli risponderesti? Pensa che, molte volte, quel difetto esiste per una tua responsabilità o per una tua debolezza, lui non ne può niente. Ma tu, è con lui che te la prendi, è lui che accusi ed è di lui che ti vergogni. Ma povero… Hai dei brufoli sul viso? Amali. Sono tuoi. Non risolverai nulla detestandoli. Coccolali come se fossero dei bambini. Loro non ti vogliono male, il tuo corpo non ti vuole male. Non ce l’hanno con te. Il tuo corpo semplicemente subisce delle conseguenze. Credici. Prova a sentire realmente dentro di te l’amore e l’accettazione per quello che consideri un difetto o un problema. Quel difetto, solo sentendosi amato potrà intraprendere la via per andarsene.

Chi non ama i difetti non può dire di amare – (Pedro Calderón de la Barca)

Sei sempre e comunque un essere unico e meraviglioso. Ricordalo costantemente davanti a qualsiasi inestetismo.

Prosit!

 

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Ti Amo e Mi Spavento

“Chiudi gli occhi e prendi respiro. Il ragionamento ti suggerisce di non farlo ma il cuore scalpita, vuole disobbedire e, per farsi ascoltare, s’irrigidisce. Tu lo senti che si blocca e lo stomaco lo imita. E’ quasi un dolore. Piacevole, ma è come un dolore. E allora molli tutto, metti da parte la testa e lo dici – Ti amo -. Puf! E arriva, all’improvviso, il senso di colpa dell’aver tradito la mente. La maestra, la grande educatrice. E adesso chissà cos’accadrà. Buttarsi così in pasto agli squali, è da incoscienti. E’ un casino anche tirarsi indietro. Non rimane che accettare le ripercussioni. Ora sono cavoli amari, mentre il cuore è contento, a lui che gli importa…”

Per alcune persone leggere queste parole è strano, conoscere questo stato d’animo è assurdo, per altre invece, è la normalità. Una normalità opprimente, la situazione dell’angoscia. Il non sentirsi pienamente liberi di esternare i propri sentimenti incollati ancora a reminiscenze antiche quanto antica è la vita. Il non aver fiducia nell’altro. La paura.

La paura di essere derisi, traditi. Di soffrire ancora.

La paura di amare o di essere amati o persino di essere felici.

Quanta paura c’è dentro?

Siamo un contenitore e non solo fisicamente. Siamo un contenitore di impressioni, di sentimenti, di memorie, di pensieri. Di traumi. Di emozioni. In questo contenitore, quanto spazio occupa una delle emozioni che più governa il nostro esistere chiamata appunto: paura? Il 60%? Credetemi non è così alta come percentuale. Ebbene, ciò significa che ne rimane soltanto il 40% per tutto il resto e per… l’amore.

Noi non siamo un’operazione matematica, ma siamo il risultato, sempre in continuo mutamento, di una serie incredibile di piccole e grandi operazioni. Operazioni eseguite da noi, per noi, su di noi ma che, comunque, ci hanno formato. Siamo molto di più di un’operazione matematica. Siamo un meraviglioso congegno che, quotidianamente, si evolve o è in grado di farlo. Ne abbiamo le capacità. Dovremmo solo usufruire di tali doti. Sbloccarci dall’impasse.

Lasciamo fluire, dentro e fuori di noi, l’amore.

Quell’amore, se è vero e puro, e non soltanto l’appagamento di bisogni, non può essere soffocato dalla paura, altrimenti non è vero amore. Non mi piace passare per assolutista o estremista ma, in questo caso, altre strade, non ce ne sono. Ecco perché ho utilizzato delle percentuali tecniche. Senza inoltrarmi, non essendone in grado, nelle affascinanti leggi della matematica che pare amministrino l’universo intero con la loro attività .

L’amore è più forte e più grande e più potente di qualsiasi cosa.

Può essere affiancato dalla paura, così come da tante altre emozioni, ognuna di loro sana, umana e utile, ma nessuna di esse può sovrastarlo. Le emozioni sono emozioni. L’amore è uno stato d’essere. E’. Cos’è l’amore? E’. Senza altre spiegazioni. Nulla può fermare il suo travolgente arrivo. Niente può impedirgli di stare e rimanere. L’amore non è innamoramento, non è affetto, non è stima, ne rispetto, non è libertà, non è fiducia, non è conquista, ne un sogno, non è creazione, non è fantasia, non è costruzione, non è incontro, non è vittoria, non è stupore… è tutto questo messo insieme. Costante, perpetuo, sempre. E’ tutto. Come può, la paura, vincere? Dove ne ha lo spazio e il tempo?

L’amor che move il sole e l’altre stelle – (Dante Alighieri)

Breve storia di due che la vivono così:

LUI E’

Conoscerti.

Ascoltare le tue ore.

E cercarti ancora mentre tu giungevi.

Chiamarti, tra la gente, per respirare.

Ammettere gli errori ed accettare.

Accusarti in dispetto d’albagia e ingoiare il tuo cuore.

Poi, cose inaspettate, il cedere all’unione che non consideri.

Il non volere che fa pensare.

Lui stava. 

 

E il silenzio.

Da sorpassare, da non sottovalutare.

Le illusioni e gli slanci da tenere stretti. 

Trasformazioni complesse e sensoriali.

Poi una giacca, per non sentire freddo.

Un dono, un farci caso.

La spinta.

Lo studio, il donarsi, ringraziar la libertà.

Il forse.

Lui quasi.

 

E finché non approda la magia va tutto bene.

C’è il sapore unico e sensuale dell’attesa, il senso dell’intesa.

L’abbraccio.

E basta guardarsi negli occhi.

O di più, non veder niente, per capire. 

Senza errori, a parlar non sono voci.

La responsabilità mai conosciuta.

Non c’è timore alcuno.

Non ce n’è lo spazio.

Solo pura gioia ed entusiasmo.

Da vivere senza raccontare. 

La carezza dell’anima.

Lui È. 

 

E ami, seppur non si conosce il primo bacio,

ami comunque anche se lontani e maldestri.

Non c’è cosa, ne’ sostanza, o sentimento; 

l’Amor è più di luce e gioia tutto attorno.

E ami, più che del sentir farfalle in volo,

e’ forte l’emozione che ti annienta.

Che ti soffia vita nelle nari

E batte il cuore come nello spavento.

Gli strascichi non compresi della mancanza

Di umana dote poi accettati

Non c’è posto per paure o ritorsioni

Non c’è dubbio, solo un’anima scolpita

Con l’intaglio esiziale della scoperta

E lascia l’essenza tremante che si spoglia 

Il corvino rischiara e le ombre si dissolvono

Semplicemente È, questo è il suo stato.

Di un amore che respiri e rimarrà 

Senza previsioni, o condizioni, ne’ promesse e meschini traditori.

È ciò che non si è mai saputo,

del quale si parla, si brama, si spera.

E’ fratello della libertà. 

È sua personale scelta rimanere legato all’intersecazione. 

Non è un gioiello, ne’ un’esperienza, ne’ una richiesta.

È il nutrire che diventa soluzione.

Aurora di un ciclo vitale.

Respirare fede accettando i timori.

Perché tutto questo è vita.

(Meg)

Detto ciò, nel cercare di far prevalere con fiducia il vostro amore, spaventatevi pure, urlate, piangete, ridete, gioite. Ogni minimo movimento, un accennato battito, un lieve sentire. Qualunque sia, è energia. Tutto è dinamicità e la dinamicità è vita. Finchè c’è qualcosa, c’è vita. L’amore è vita.

L’amore è vita che trascende e sublima ad altro o forse semplicemente a se stessa – ( Do – lucidido.wordpress.com )

Abbandonarsi all’amore. Tuffarsi senza remore e senza timori. Mantenerlo alto e totale lasciandosi riempire da esso. Non potrà accadere nulla di male se davvero ci si crede. Se realmente in lui si ha fede. Se di lui, e unicamente di lui, ci si nutre. E non significa smaniare per una persona, sentirsi mancare il fiato in gola per lei. Ascoltare il proprio cuore battere all’impazzata, o rabbrividire per il formicolio nelle viscere dato da farfalle che sbattono forte le ali. No, l’amore non è questo. Non è solo questo. E’ amare comunque. Al di là delle azioni o reazioni dell’altro. E’ amare senza aspettativa alcuna. Senza giudizio o pregiudizio. Senza voglia o necessità di cambiare, nè se stessi, nè l’altro, se non per una sana crescita personale. Senza santi da chiamare.

Nell’immacolato e incondizionato amore, non esiste il male e nulla di tormentoso può accadere. Ogni dolore è un insegnamento giunto per dimostrare l’errore commesso, per quel pezzo di – non amore – in quel che viene definito tale.

Nell’immacolato e incondizionato amore, non esiste il male e nulla di tormentoso può accadere. E’ il nostro amore, è un nostro figlio. Da averne cura e fidarsi di lui, più che di noi stessi.

Nell’immacolato e incondizionato amore, non esiste il male e nulla di tormentoso può accadere. Da recitare sgranando un rosario. E ancora, ancora, ancora.

Amarsi per amare. Amarsi per quello che si è e ci si riesce meglio in tale stato. Vivendo #inlove strato per strato.

Ed è scrivendo che imparo e mi convinco anch’io. Che con tutti i miei passi da gigante ancora sento le vocine della mente. Ed è scrivendo che alimento l’amore che dobbiamo difendere senza permettere a nulla di intaccarlo. E se c’è una preghiera che dovremmo recitare, è proprio quella di chiedere la forza e la fede per non tradire il nostro amore. Per non farlo spegnere o adombrare da nulla. Perché possa ingigantirsi sempre di più nell’entusiasmo (enthusiasmòs, formato da “en” (in) e “theos” (Dio) – con Dio dentro di sè -).

Prosit!

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Modificare gli Ingredienti

Sovente mi è capitato di andare ad acquistare qualche alimento e di non trovare nel negozio quello che preferivo. Sono abituata a comprare, il più possibile, ingredienti genuini ma, a volte, si fatica a trovare la naturalezza.

Agenti chimici, coloranti, pesticidi, e via dicendo, purtroppo inquinano ed edulcorano il nostro cibo e noi ce ne saziamo introducendo nel nostro organismo sostanze tossiche che ci fanno ammalare. Oppure, al di là dell’artificialità degli alimenti, possiamo trovare prodotti poco buoni, poco gustosi, meno saporiti, per via della marca o della preparazione.

Ebbene, non c’è nessun problema. Quell’alimento lo possiamo modificare noi come meglio crediamo e senza troppe difficoltà (beh… qualche difficoltà c’è in realtà). Non mi riferisco all’aggiungere altri aromi ma semplicemente grazie ad un unico ingrediente: l’amore.

Non sono una grande cuoca, in cucina me la cavicchio ma mi basta avere un ospite a cena per andare in panico e, lo giuro, quella ricetta, quando deve arrivare lui, non mi riesce bene come al solito. O sbaglio la quantità di sale, o la cottura, o mi rimane scialbo, etc, etc… che rabbia… e che desolazione! Ma, da qualche tempo, ho trovato una soluzione fantastica: con l’amore aggiusto tutto.

Con l’amore posso anche potenziare l’azione terapeutica del cibo. Se ad esempio cucino qualcosa di particolare per mio figlio, che non sta bene (in casa nostra i medicinali sono consumati raramente prima si prova con l’alimentazione), nel mio calderone aggiungerò, assieme a tutto il resto, anche una bella dose d’amore, ordinando a quell’alimento di fare bene il suo dovere, ringraziandolo e amandolo a mia volta.

Per fare ciò vi basterà vivere il Qui e Ora percependo di essere un tutt’uno con quelle sostanze. In quel momento ci siete solo voi e quelle carote, o quella pasta, o quelle uova… Nient’altro.

Nessun pensiero. Nessun tipo di riflessione riguardo al futuro o al passato. Siete il presente, siete “questo momento“. Vi consiglio di leggere qui  https://prositvita.wordpress.com/2016/03/23/che-cosa-sei-io-sono-questo-momento/  capirete cosa intendo.

In quel momento voi sarete amore e, divenendo un tutt’uno con quell’alimento, quell’alimento diverrà amore. Diventerà quindi più gustoso, o più salutare, o tutto quello che vorrete. A dirlo così sembra semplice ma semplice non è.

La nostra mente è inquinata ancor più degli ingredienti che stiamo cucinando e non è assolutamente facile svuotarla, liberandosi per concentrarsi e focalizzarsi sulla nostra missione ma, con l’allenamento, si possono ottenere davvero grandi risultati. E funziona, funziona davvero. Beh… ovviamente, bisogna crederci. Bisogna avere fede. Ecco un altro ingrediente fondamentale: la fede.

Quella ricetta satura d’amore inoltre, quando entrerà nel vostro corpo mentre la state mangiando, nutrirà il vostro corpo anche d’amore e un ciclo continuo di splendida energia farà parte di voi. Vi avevo già parlato di Masaru Emoto? Guardate questo video. E’ breve ma vi aiuterà molto a comprendere.

E ora questo.

Potranno sembrarvi sciocchezze ma prima dovreste, seriamente e con dedizione, provarci. L’esperimento del riso, ad esempio, potete farlo voi stessi a casa, non ci vuole nulla.

Prosit!

Amare gli Oggetti? Che idiozia… – i miei adorati Scarponi

E’ con loro che vado, che cammino, che tasto il terreno. Qualsiasi terreno. E’ attraverso loro che sento la neve, le pietre, l’erba, il fango. Sono loro che mi tengono, che mi permettono di non scivolare, di non prendere storte alle caviglie, di percorrere tanti chilometri nei luoghi a me più cari. Sono i miei scarponi.

Sono i miei scarponi ai quali voglio molto bene. I miei primi scarponi, con i quali ho potuto e posso svolgere al meglio una passione. Camminare in montagna e fare escursioni che, ogni volta, appagano gli occhi e l’animo.

Quando li conobbi, in una bottega dell’entroterra ligure, non li considerai esteticamente i più belli ma erano i più comodi, quelli che meglio mi avvolgevano il piede senza farmi male da nessuna parte. Ora invece li trovo anche bellissimi. Un po’ rustici, un po’ semplici, un po’ umili e, zitti zitti, vanno ovunque.

Prima ne provai un paio veramente fighi, moderni, colorati anche un po’ presuntuosi, oserei dire, ma potevano permetterselo. Stringevano troppo il mio metatarso però, e sentivo una rigidità innaturale nonostante tenni conto il loro essere nuovi di pacca. Qualcosa mi diceva che non andavano bene.

Ne provai un altro paio che invece, al contrario, larghissimo, mi scappava senza minimamente tenermi il piede. Ciò è anche pericoloso, soprattutto su terreni pietrosi dove la caviglia patisce di più, e si possono prendere distorsioni. E poi erano così duri che sembravano di cemento. Dopo diversi modelli indossai loro. Quelli che, alla fine, comprai. Erano perfetti. La sensazione era quella del piacere e sentii subito che sarebbero stati loro ad accompagnarmi nelle mie avventure.

Li acquistai e iniziai a indossarli. Le prime volte, visto che “dovevano farsi”, un po’ di male al tallone e all’alluce non me lo tolse nessuno. Poca roba, ma non dovevo esagerare, dovevo aspettare di ammorbidirli un poco… spero si dica così, non sono una tecnica del trekking, solo un’appassionata. Alla fine comunque accadde. Divennero ancora più comodi e dolore zero. E allora iniziammo ad andare.

Finora il trekking più lungo che ho fatto è stato di 17 km (per alcuni forse è poca roba) 8,5 km in salita (dislivello 1000 mt) e 8,5 km in discesa e, i miei scarponi, si sono comportati egregiamente, permettendomi di ammirare un luogo spettacolare della mia valle con una vista mozzafiato sui monti. Hanno, come me, conosciuto tante simpatiche persone e hanno sopportato allegramente la fatica, appagati anch’essi, dalla meraviglia.

Grazie a loro i miei piedi non si bagnano e stanno al caldo anche durante le passeggiate invernali e, per una come me, che patisce il freddo, soprattutto quello ai piedi, è tanta manna.

Adoro i miei scarponi. Sono simpatici, mi sorreggono; dei veri amici.

Nei pezzi più duri, visto che non sono un’esperta, li guardo e dico loro – Dai, andiamo! Forza, aiutatemi! – e loro obbediscono felici sostenendomi ancora di più. Ed è bello guardarli riposare quando arriviamo a casa e li metto sulla mensolina a rinfrescarsi. Hanno un’aria così beata. Soddisfatta e serena. Proprio come me, grazie a loro.

E mi piacciono quando sono tutti sporchi, luridi di terra e fango. Tutto ciò è la testimonianza della passeggiata che ci siamo fatti assieme. Vi sembro ammattita a parlare così dei miei scarponi vero? Ebbene, non credo di esserlo. Voler bene anche alle cose che chiamiamo “oggetti” è, a parer mio, di fondamentale importanza. Alla fine, sono fatti di atomi come noi e, al di là della materia, c’è un’energia che unisce tutto, qualsiasi cosa, in tutto il Cosmo.

Ad esempio… vi è mai capitato di parlare teneramente al vostro cellulare che si è impallato e lui, dopo le vostre belle parole, ricomincia così a funzionare di nuovo? No? Peccato, a me si, è successo. E’ una bellissima esperienza e vi auguro di viverla. E mi spiace, non posso considerarla una coincidenza, in quanto, troppe volte è accaduta con diverse “cose”. Sono convinta che trattando bene anche ciò che di materiale ci circonda emaniamo comunque un’energia buona che ritorna, come un boomerang, e non potremmo che fare felici esperienze.

Avete mai provato a parlare con la vostra auto credendo fermamente che lei vi stia ascoltando in un momento in cui si sente poco bene e magari sta per abbandonarvi? Vi consiglio di farlo. E’ un’ottima terapia per lei e potrebbe guarire all’istante. Ma, anziché aspettare che quell’oggetto si ammali, bisognerebbe provare a trattarlo bene, e ad amarlo, a prescindere.

Io lo faccio con qualsiasi cosa e, ovviamente, anche con i miei scarponi con i quali condivido una delle mie più grandi passioni. E poi se lo meritano assolutamente.

Possiamo trasformare le molecole. Ne abbiamo il potere anche se non ci crediamo e ci sembra impossibile. Possiamo modificare un qualcosa da negativo a positivo, basta volerlo, con tutto il cuore. Non ci resta che farlo e tutto, nel nostro quotidiano, andrà per il meglio.

La prossima volta vi farò conoscere il mio bastone, anche lui, naturalmente, merita molta considerazione da parte mia.

Prosit!

La Verza, la Vit. E e l’Acetosella – una ricetta sana e golosa

La Verza (Brassica oleracea) o Cavolo Verza, è un ortaggio ricco di vitamina E (tocoferolo) che è un grande antiossidante, idratante e combatte i radicali liberi. Aiuta quindi le cellule del nostro organismo a rinnovarsi e, soprattutto, permette loro di non deteriorarsi prima del tempo a causa di tutti gli ingredienti e di tutte quelle sostanze nocive che ci danneggiano.

La vitamina E infatti, protegge e rinforza la membrana mitocondriale cioè dei mitocondri che, nella cellula animale, si preoccupano della respirazione cellulare e la respirazione è alla base della vita di questa unità multifunzionale così come lo è per noi.

Non focalizziamoci solo sulle cellule della pelle come siamo abituati a sentire nelle pubblicità delle creme di bellezza, quando si parla di cellule, si parla di quelle di tutto l’organismo perciò anche di quelle dei nostri organi e dei nostri vasi sanguigni che devono essere estremamente considerate e mantenute al meglio anche grazie all’alimentazione.

Questo ortaggio è inoltre anche un grande antinfiammatorio, un ottimo detossinante e un fantastico diuretico e permette al sangue di rimanere fluido senza ispessirsi. Ma non solo, come tutti gli altri cavoli, la Verza, ha tantissime proprietà benefiche e dovremmo farne sovente uso mangiandola anche cruda nello stato in cui meglio mantiene le sue incredibili virtù. Purtroppo ha un gusto che non a tutti piace però e così, oggi, vi spiego un modo per cucinare la Verza davvero goloso, a mio gusto, e soprattutto sano.

Si ha la convinzione che un alimento sano sia anche poco gustoso ma non è così, basta avere un po’ di fantasia e saper combinare gli ingredienti giusti.

Si prepara innanzi tutto un soffritto, con poco olio, un po’ particolare, composto da: cipolla, aglio, timo, curcuma, zenzero e pepe e, appena la cipolla diventa dorata, si aggiungono olive (io uso quelle Taggiasche denocciolate), semi di girasole e lenticchie umbre.

Intanto che tutti questi ingredienti soffriggono e sfrigolano che è un piacere, faccio sciogliere in un bicchiere d’acqua calda un cucchiaino bello pieno di miso d’orzo e lo verso nella pentola che sarà una padella bella capiente o un wok. Lasciamo andare il tutto per un po’ sempre a fuoco basso.

Si pulisce, si lava e si taglia una Verza a strisce e una carota a sfoglie (usando ad esempio il pela-patate) aggiungendo poi queste verdure al soffritto che ora si presenta di colore scuro. Aggiungiamo acqua e lasciamo cuocere aggiungendo altra acqua di tanto in tanto. Il tutto dovrà cuocere parecchio perché le lenticchie dovranno ammorbidirsi e le verdure consumarsi un po’.

Attenzione solo al sale perché sia il miso che le olive insaporiscono già il tutto quindi cercate di non esagerare.

Verso fine cottura occorrerà aggiungere anche un po’ di prezzemolo, qualche fiore di Acetosella Gialla (Oxalis pes-caprae) che dona un lievissimo sapore di limone (quindi preparate tale ricetta in questa stagione) e semi di sesamo. In verità potrete prepararla tutto l’anno, anche senza fiori di Acetosella risulterà comunque un piatto squisito o potrete aggiungere altri fiori edibili magari più estivi. Vi sconsiglio la lavanda che con il salato, secondo me, poco si addice.

Ecco che la Verza è pronta e buonissima. Un contorno perfetto o un secondo singolare da mangiare sopra a fette di pane rustico riscaldate. Che ve ne pare?

Fatemi sapere, a me non resta altro che augurarvi buon appetito!

Prosit!

Il mio Dono al Mondo

Donare, donare, donare. Non stancatevi mai di donare. Donate qualsiasi cosa. Siate generosi e vi ritornerà indietro tutto persino ampliato. Credetemi, funziona davvero, l’ho provato sulla mia pelle. Dovete solo porre attenzione all’intento. Quello è importantissimo, ossia, non dovete donare per ricevere, ma donare e basta, con tutto il vostro cuore. Donare per far del bene, per rendere felice quella persona, quell’animale, il pianeta…

Posso dire di essere sempre stata una persona generosa e infatti posso anche dire che, nella mia vita, non mi sono mai mancati regali, parole dolci, conforto da parte anche di gente mai conosciuta nei momenti di bisogno. Le cose belle mi sono sempre arrivate prima o poi.

In quest’ultimo periodo però ho voluto fare delle prove ben precise per poter scrivere questo articolo.

E sapete di cosa parleremo oggi? Della cacca. Si, della nostra cacca. Oh su, non storcete ‘sti nasi che tanto la facciamo tutti e per quanto se ne dica è sacra, sappiatelo. Forse vi sembrerà un articolo assurdo questo ma posso assicurarvi che così assurdo non è.

La cacca è sacra e lo avevo scritto già qui https://prositvita.wordpress.com/2015/11/09/unaltra-complice-carica-di-indizi/  ma è sacra soprattutto perché, mentre da noi viene considerata una “schifezza”, una semplice sostanza di rifiuto, disgustosa e puzzolente, per molti altri esseri che popolano il nostro pianeta, anche microscopici, è invece di fondamentale importanza. E’ un ciclo. Un po’ come un albero che si nutre, fa i frutti e poi se ne libera. Frutti dei quali noi ci nutriamo. Quei frutti sono i suoi figli, la sua creazione che poi non gli serve più e, anche la cacca, per noi, è una specie di creazione.

Ci sono poi cacche che usiamo persino per concimare le verdure del nostro orto quindi, insomma, questa cacca, è un regalo prezioso. Ci dice come stiamo, se sappiamo “leggerla”, cosa abbiamo mangiato e, anche a livello psicosomatico, traduce il nostro stato d’essere proprio come avete potuto leggere nell’altro post.

Ma torniamo al discorso del donare. Quando andiamo in bagno quindi, anziché guardare il cellulare o leggere un libro, bisognerebbe concentrarsi un attimo sul dono che stiamo per elargire e con l’intenzione di regalare qualcosa di nostro per il semplice piacere di farlo.

Prendete e mangiatene tutti questo è il mio corpo (offerto in sacrificio per voi)

Vi vedo che state ridendo ma sentite qui. Come vi dicevo, ho sempre ricevuto in quanto ho sempre dato ma, che mi crediate o no, nell’ultimo mese, sono accadute cose davvero eclatanti. Nel breve giro di trenta giorni appena!

– Vado a fare un lungo trekking e inizia a formarsi una vescica sul mio tallone. Spavento. Come potevo tornare indietro? Motivo? Calze troppo spesse e larghe. Ebbene, non solo sono stata curata e medicata da diverse persone contemporaneamente, tutte rivolte a me, ma mi hanno persino imprestato un paio di calze più adatte per poi riprendersele sudate come se fossi stata una di famiglia. Ho potuto finire la mia escursione perfettamente, divertendomi e senza il minimo dolore, li ringrazierò per sempre.

– Una signora che ho conosciuto da poco, senza nessun motivo particolare, un giorno mi ha scritto questo messaggio “Quando penso a te sto bene, mi riempi di gioia e serenità, grazie di esistere, ti abbraccio forte”. Emozione…

– Mi sono messa a disegnare e dipingere, chi mi segue lo ha visto. Cose che ho sempre fatto nella mia vita ma mai nessuno mi ha chiesto di realizzargli un quadro, o se per favore quel dipinto che avevo fatto potevo regalarglielo. E’ successo e ne sono stata entusiasta. Che onore!

– La mia vicina di casa, come a non essere contenta di prepararmi solo del buonissimo pane, si è presentata alla mia porta con tanto di biscotti caldi appena sfornati di ben quattro tipi diversi, golosissimi! Grazie, grazie, grazie!

– Per strada, la gente che incontravo, non solo mi salutava da lontano alzando il viso, o la mano, ma mi mandava anche affettuosi baci volanti.

– Mi sono addirittura arrivate due proposte di lavoro proprio in quest’ultima settimana.

– Mio figlio mi ha persin regalato un bellissimo voto di latino, il primo dall’inizio dell’anno.

E poi ancora gente che mi ringraziava in modo felice e commovente per delle sciocchezze, i miei piatti preferiti preparati ad opera d’arte senza averli chiesti, gente che decideva di portarmi i sacchetti della spesa come se fossi stata una povera vecchietta (ma che bello!), frasi meravigliose da Whatsapp, da Facebook… e mille, mille, altre cose. Insomma, devo andare avanti? Un trionfo di meraviglie tutte per me. Quotidianamente! Era un piacere alzarsi al mattino e pensare “Chissà cosa mi accadrà oggi di bello?!”.

Un boom! Ogni giorno un mucchio di regali. Credetemi!

Donare è vita. E’ un meccanismo che s’innesca e s’ingrandisce sempre di più. E’ dinamismo, movimento, creazione. E’ amore.

Donate un bacio, una carezza, una parola gentile. Donate quello che volete ma metteteci il cuore.

Donate una briciola. Ve ne torneranno indietro due.

E cercate di leggere e tradurre i messaggi che vi tornano. Alcune persone sbagliano non accorgendosi dei regali che ricevono. Qualsiasi cosa bella è un dono stupendo. Provate, è meraviglioso ma ricordatevi sempre l’INTENTO. E’ fondamentale.

A volte si sente dire che è impossibile cambiare questo mondo, io non penso sia impossibile. Se ognuno di noi assumesse questo comportamento il mondo cambierebbe eccome! La cacca ad esempio, come ripeto, la facciamo tutti. E se anche non avessimo tutti questo slancio di generosità, per chi lo fa, la cosa non può passare inosservata. Perciò… uno… due… tre… via! Donate!

Prosit!

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CREA – TI – VITA’ = CREATI – VITA

Crea la tua Vita

Avete presente quel fuoco che si sente dentro? Quel fuoco che brucia, che cresce, che in un modo o nell’altro ci fa sentire vivi?

Di quale fuoco stiamo parlando? Di quello impetuoso della rabbia? Può essere. Di quello doloroso della tristezza? Si. Di quello sfrigolante della gioia? Anche. Di quello travolgente dell’energia sessuale (vitale)? Si, certo. E’ comunque vita e, questa vita, deve essere sprigionata per non soffocare dentro. Per non bruciare all’inverso, prima di morire, consumando complementi molto utili a noi stessi; gli organi ad esempio. Facciamolo divampare fuori, per non causare danni, anche perché ha bisogno di ossigeno per continuare ad esistere. Come un fuoco vero.

Occorre far uscire questo fuoco e la maniera migliore per ottenere questo è quella di CREARE.

 

CREARE qualsiasi cosa.

In questo caso specifico ho scelto l’arte del disegno, della pittura, e anche quello della manipolazione ma, naturalmente, quando si intende il CREARE si può parlare anche di una passeggiata, di una lettura, di un piano di studi, di un progetto, insomma… è l’apatia quella che non deve esistere. E, quando c’è apatia, non c’è nemmeno fuoco.

Il dinamismo, tutto ciò che si muove, è energia e, l’energia, è vita a cominciare dagli atomi che compongono ogni parte della materia circondati da elettroni sempre in movimento. La staticità invece, è esattamente l’opposto. E’ la morte.

Ma perché la parola CREATIVITA’ significa fondamentalmente CREA LA TUA VITA?

Beh, creo ciò che sento, ciò che immagino. Immaginare – In Me Mago Agere – In Me c’è un Mago in grado di Agire. (Ripeto sempre questo concetto per chi lo legge per la prima volta). Con questo non sto dicendo banalmente che creo nella mia vita i disegni che vedete in foto, bensì che, come creo questi disegni, che nascono prima nella mia mente per poi concretizzarsi, posso creare anche la mia esistenza, vale a dire: il mio lavoro, la mia vita familiare, le mie giornate a scuola o, semplicemente, il mio viaggio in auto, che sarà come io lo immagino comodo, senza intralci, piacevole.

Abbiamo la possibilità di creare ciò che vogliamo ma, mentre con un disegno, o una cena tra amici, o un’escursione in montagna, riusciamo facilmente perché ci sembrano cose possibili da realizzare, nel momento in cui dobbiamo focalizzare le nostre sensazioni verso un qualcosa di più fondamentale (la nostra professione ad esempio) ecco che invece iniziamo a non credere più. A non avere più la fede. La tranquillità che quella situazione avverrà concretizzandosi esattamente come noi l’abbiamo considerata.

Organizzare una serata tra amici di vecchia data è possibile. Basta fare qualche telefonata, mettersi tutti d’accordo… et voilà, l’affare è fatto. Lavorare invece nel nostro campo preferito o avere la casa che da sempre desideriamo è già più difficile da credere.

Eppure è la stessa cosa. Per l’Universo intendo. Non c’è differenza. Siamo noi che poniamo differenze ma sono nostri schemi mentali che a lui non appartengono. Possono esserci per lui disuguaglianze tra un mestiere e un dipinto? Assolutamente no. Tutto sta a noi, al nostro creare. Al nostro agire. Al nostro credere. Al nostro… lasciar arrivare, con fede assoluta. E’ difficilissimo, lo so. E fa quasi arrabbiare capire che, in realtà, sarebbe possibile ma qualcosa ci blocca.

Detto questo comunque è bene aggiungere anche che, tutto ciò, può essere il passaggio successivo. Al principio è bene innanzi tutto fare, progettare, plasmare appunto, far uscire quello che scalda dentro perché se non iniziamo da lì non possiamo ottenere nulla.

Ogni volta che provate un’emozione fatela uscire attraverso espressioni artistiche. Potrebbe anche semplicemente essere quella di cucinare qualcosa di nuovo o addobbare la tavola in maniera particolare.

Se si crea significa che in noi c’è amore. Quando c’è amore in noi, automaticamente, esso esce nelle forme più disparate. Significa che siamo pieni di quel qualcosa che ci riempie. Avete mai notato come spesso accade che quando siamo innamorati non abbiamo neanche fame? Mangiamo di meno. Siamo già nutriti da questo amore e, esattamente come il cibo, che dopo un po’ esce dal nostro corpo sotto forma di sostanze di rifiuto (in realtà preziosissime per altre forme di vita), alla stessa maniera escono le nostre creazioni.

E’ come un ciclo vitale. Amore = Vita.

Creatività = Creati vita = Crea la tua vita

Da non dimenticare.

Beh ma… alla fine, vi piacciono i miei lavoretti o no? Si, lo so, non sono un’esperta ma ce l’ho messa tutta….

Prosit!